GLI SCAVI
Il pianoro sul quale sorgeva Fregellae si estende per
circa 90 ettari tra i territori delle moderne Arce e Ceprano; era quasi tutto
occupato dal centro urbano, come è stato evidenziato da indagini archeologiche
di superficie. Una serie di campagne di scavo, iniziate nel 1978 dall’università
di Perugia sotto la direzione scientifica del prof. Filippo Coarelli, ha
permesso di acquisire significative conoscenze sulla struttura urbanistica
dell’antica città, di cui è stata scavata l’area pubblica, una zona residenziale
ed alcuni santuari, sia urbani che extraurbani. Il reticolo viario della zona
centrale della città ha rivelato la presenza di un asse stradale principale
nord-sud, da identificarsi presumibilmente con un tratto urbano della via
Latina. Su di esso s’innestano altre vie, parallele tra loro, con un interasse
di 67 m, pari a circa 210 piedi romani. Sinora ne sono state individuate tre e
lo spazio che intercorre tra di esse è occupato da isolati contenenti due file
di domus, poste a contatto dei rispettivi giardini, dunque con le facciate
rivolte sulle strade. Al disotto dell’asse stradale principale è stato rinvenuto
un acquedotto realizzato con lastre di calcare sul fondo, pareti in blocchi di
tufo e una copertura con enormi lastre di calcare disposte alla cappuccina.
All’incrocio tra l’asse centrale e il primo asse trasversale è posta la vasta
area del Foro, le cui dimensioni sono di circa m 144 x 55. In relazione ad esso,
è da segnalare l’esistenza di due file di pozzetti doppi allineati lungo i lati
corti della piazza, da mettere in relazione con la realizzazione di corsie
(saepta) all’interno delle quali sfilavano i cittadini in occasione delle
votazioni. Il numero dei pozzetti osservabili lascia intendere che le unità
elettorali dovessero essere cinque; ognuna di esse era poi suddivisa nelle
ulteriori due categorie di iuniores e seniores per un totale di dieci corsie. Si
nota anche l’esistenza di un’undicesima corsia, posta al disopra
dell’acquedotto. Essa non veniva utilizzata perché altrimenti avrebbe
determinato l’attraversamento di un corso d’acqua, interrompendo così gli
auspici e rendendo nulle le votazioni. In prossimità del lato settentrionale
del Foro è stata individuata l’area del Comitium, consistente in una cavea
circolare che trova stretti confronti in strutture simili di Alba Fucens, Cosa e
Paestum. Addossati alla curva settentrionale del Comitium sono stati rinvenuti i
resti di un edificio nel quale si è riconosciuta la sede della Curia. Si tratta
di una costruzione rettangolare (m 9 x 12) inclusa in un porticato colonnato che
la cingeva su tre lati. A poca distanza dal Foro, lungo il “decumano” maggiore,
sono venuti alla luce i resti di un edificio termale che appare diviso in due
settori, probabilmente uno femminile e l’altro maschile.
 1-Ricostruzione ideale
della Curia e del Comitium 2-Ricostruzione ideale del Santuario di Esculapio
Sono riconoscibili i resti di un forno che
assicurava il riscaldamento dell’acqua e dell’aria ai due settori. Tale sistema
è evidenziato dalla sopraelevazione del pavimento ottenuta mediante
l’utilizzazione di suspensurae e da una serie di tubuli cilindrici fittili che
permettevano all’aria, proveniente dai pavimenti, di riscaldare anche le pareti.
Largo impiego ebbero nell’ambito dell’edificio termale i telamoni fittili, molti
dei quali, recanti ancora tracce di policromia, sono conservati e in corso di
restauro nel Museo Archeologico di Fregellae, a Ceprano. La datazione delle
terme è da porsi nei primi decenni del II secolo a.C. e fa di esse il più antico
complesso termale romano sinora scavato. Tuttavia, una fase precedente dello
stesso edificio, ancora in fase di scavo, è attestata ad un livello più basso,
quindi più antico. Dei diversi santuari individuati nell’area sia urbana che
extraurbana, il più studiato è quello dedicato al dio della medicina, Esculapio.
Situato appena fuori città, fu costruito su un sito precedentemente utilizzato
per il culto della dea Salus, di tradizione locale e risalente agli anni di
fondazione della colonia. Il santuario di Esculapio, realizzato probabilmente
subito dopo il 189 a.C., era formato da un complesso a terrazze di singolare
effetto scenografico.
La zona più importante del santuario era formata da
un porticato a tre bracci di stile dorico, al centro del quale si ergeva il
tempio su di un podio in opera cementizia. La centralità del tempio, la sua
elevazione e la visione frontale che in questo modo veniva enfatizzata, denotano
la persistenza di modelli architettonici di tradizione locale, mentre la
presenza dei terrazzamenti e del porticato è indice dell’importazione e
dell’assimilazione di concetti architettonici ellenistici, i cui modelli sono da
ricercare nei complessi cultuali di Cos, Rodi e Delos. Davanti al santuario era
forse stata ricavata una cavea teatrale, sull’esempio dei coevi santuari laziali
di Giunone a Gabii e di Ercole Vincitore a Tivoli.
Dalla ricostruzione grafica del complesso
cultuale proposta, si evidenzia l’esistenza di un corpo centrale al cui lato
lungo si addossava un pronao con relativa scalinata. Tale pianta, “a cella
trasversale”, trova riscontro in pochi templi di area laziale e romana ed è da
considerarsi come un retaggio di antichi culti italici dei quali la pianta a
cella trasversale costituiva un elemento simbolico fondamentale. La parete
interna del portico colonnato era decorata da un rivestimento di intonaco
dipinto nel primo stile; nella parte superiore di tale rivestimento era presente
una serie di pilastrini di stucco che imitavano un porticato contro un cielo
azzurro. L’indagine archeologica del quartiere residenziale prossimo al Foro
ha messo in evidenza i resti di numerose domus. In base ai risultati degli
scavi, si è potuto stabilire che la tipologia delle case di abitazione è
abbastanza omogenea, trattandosi quasi sempre di case ad atrio tuscanico su cui
si affacciavano: la cucina con annessa latrina, le stanze da letto (cubicula),
due ambienti aperti (alae) in cui si conservavano i ritratti degli antenati
(imagines maiorum) e il tablinum, dove trovava posto il talamo nuziale. Un
ulteriore ambiente era rappresentato dal triclinium; un piccolo hortus si apriva
sul retro della casa. Il numero degli ambienti era però variabile in funzione
delle diverse dimensioni degli edifici e delle disponibilità finanziarie dei
proprietari. Per questo motivo solo in pochi casi le domus presentano una pianta
completa di tutti i locali citati. I pavimenti sono generalmente ricoperti da
un fine mosaico bianco o, più spesso, da uno strato di cocciopesto con
decorazioni geometriche ottenute con tessere calcaree o fittili. Una costante
tipicamente fregellana nell’ambito dell’architettura domestica sembra essere
costituita dall’assenza della cisterna al disotto dell’impluvium, per cui è
ipotizzabile che il rifornimento idrico dovesse essere assicurato
dall’acquedotto che correva al disotto del Foro. In tal modo, l’apertura sul
tetto delle case, il compluvium, svolgeva solo una funzione correlata
all’illuminazione dell’interno.
Davanti all’ingresso di alcune domus è
da segnalare la presenza del vestibulum, che, in quanto destinato all’attesa dei
clientes, conferma il carattere aristocratico delle abitazioni che ne erano
provviste. La domus 7 mostra due livelli costruttivi principali ben distinti;
ognuno di questi fu soggetto a parziali ristrutturazioni, il cui studio ha
permesso di apprezzare le diverse vicissitudini abitative del vasto
edificio. Il livello più antico di questa domus è databile alla fine del IV
secolo a.C. o agli inizi del III, e costituisce perciò un raro esempio di
abitazione medio-repubblicana. Presenta una pianta “canonica” ma le tecniche
costruttive adottate risultano difficilmente riscontrabili altrove e, per
questo, sono di notevole interesse archeologico. Per esempio, sono visibili
alcuni muri realizzati in argilla compressa poggianti su una base di tegole
fratte, che insistono su una fondazione in pietre calcaree. La loro facciata
interna era decorata con la tecnica pittorica del primo stile, di cui restano
ampi stralci colorati. La seconda fase costruttiva della domus 7 presenta una
pianta simile a quella più antica ma maggiormente sviluppata in larghezza, con
ambienti più ampi ed un fronte stradale di circa m 16. Questa domus subì una
radicale trasformazione strutturale in relazione alle esigenze degli ultimi
proprietari, i quali l’adibirono forse a fullonica. Ciò è da collegarsi con la
citata immigrazione di popoli italici, i quali da sempre avevano basato la
propria economia sulla lavorazione e sul commercio della lana. Un’ultima fase di
vita dell’edificio può forse essere messa in relazione alla parziale
rioccupazione di Fregellae, all’indomani della sua distruzione, durante il
periodo in cui le rovine della città furono utilizzate come cava dei materiali
necessari alla costruzione della vicina Fabrateria Nova. Alcune domus hanno
restituito interessanti testimonianze della partecipazione dei fregellani alla
guerra combattuta da Roma in Oriente contro Antioco III di Siria tra il 191 e il
189 a.C. In particolare, tra i materiali venuti alla luce sono da segnalare i
resti di un fregio che racconta, con una certa dovizia di particolari, le gesta
vittoriose delle truppe fregellane in occasione della battaglia navale di
Mionneso e della battaglia campale di Magnesia.Altro materiale simile, evocativo
di vittorie militari per terra e per mare, è costituito da lastre fittili
realizzate a matrice, rifinite a stecca e poi colorate, da Nikai, da trofei
militari e da prigionieri; è visibile, infine, una nutrita serie di modellini
fittili di prue rostrate.
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